Smarrimento della Soggettività – Parte 1

Prima di addentrarci nel nostro tema, ci tengo a rimandare all’articolo precedente gli eventuali lettori che avessero perso l’introduzione, parte da cui risulta dipendente l’articolo di oggi, almeno per quanto riguarda una chiarificazione in merito all’assetto generale della questione.

Non mancano nella tradizione filosofica occidentale grandi autori fortemente critici nei confronti delle varie tradizioni religiose, si pensi semplicemente a Feuerbach, Marx Nieztsche, i quali criticano, con modalità spesso molto differenti, i culti organizzati. Proprio su questi ultimi la nostra analisi andrà a focalizzarsi, mettendo in luce come, attraverso l’istituzionalizzazione e “regolamentazione” del metafisico, si favorisca lo smarrimento dell’individualità.

Per dare uno sguardo che apra ulteriormente gli orizzonti del nostro discorso soffermiamoci su una differenza fondamentale: ho specificato precedentemente “culti organizzati”, religioni e non culti in generale poichè le due grandi categorie in cui si dividono i vari percorsi hanno notevoli diversità tra loro. Mi riferisco alla differenziazione che, in campo principalmente esoterico, divide il cosidetto Sentiero della Mano Destra dal Sentiero della Mano Sinistra, due poli che vanno ad incarnare due modalità di rapportarsi al divino, la prima propria, tra gli altri, di cristianesimo, ebraismo, Islam, la seconda appartenente invece ad esempio al Satanismo, alla cultura Wicca, al paganesimo. Nel primo caso si hanno tutta una serie di intermediazioni e di codici nel rapporto con un eventuale dio, nel secondo il rapporto può invece essere strettamente personale o comunque con un minore influsso di qualche autorità predeterminata.

Considerando l’Uomo come quella Soggettività a cui si accennava nell’Introduzione, risulterà chiaro che, anche in questo caso, per non smarrirsi, è necessario farsi interpreti. Interpreti di una presenza (o non-presenza) del divino, senza però aderire ciecamente a forme imposte, predefinite, con rigidi codici che non lasciano alcuno spazio alla libera ricerca di una risposta ad inevitabili domande spirituali. Il tutto dovrebbe avere quindi caratteri spiccatamente filosofici, senza rinunciare a suggestioni ed esperienze che potrebbero non risultare conformi alle imposizioni delle grandi organizzazioni religiose.

Vorrei però precisare che questo non implica una critica, per citarne una, alla Chiesa come gruppo di individui uniti da una visione del mondo comune, la libertà di associarsi, unirsi e confrontarsi è fuori questione. Il problema è quando il gruppo si fa istituzione, quando diventa autorità e quando smette di produrre persone che si confrontano con un’idea potenzialmente simile del metafisico, restituendo invece pupazzi che aderiscono a grandi blocchi ideologici senza aver dato la precedenza ad una visione individuale, che possa magari poi identificarsi con quella di una moltitudine. L’esempio pratico che risulta forse più congeniale allo sviluppo di una prospettiva del genere è quello del protestantesimo: tralasciando tutte le storture dogmatiche che, essendo comunque una religione, inevitabilmente si trascina dietro, la religione protestante ha sintetizzato in un modo interessante il rapporto individuale con Dio e la coincidenza di idee, creando dei gruppi in cui la carica di pastore viene data esclusivamente in relazione alla conoscenza delle Sacre Scritture, viste come il punto di convergenza di un pensiero comune. Ipotizzando che una conclusione del genere scaturisca effettivamente da una precedente indagine soggettiva, potremmo prendere come modello l’organizzazione delle chiese protestanti, rendendo così le religioni una serie di ricerche incessanti, facendo degli individui che vanno a confrontarvisi, mi si conceda la semplificazione, una sorta di frequentatori di circoli culturali, dei liberi pensatori.

Tutti noi, in quanto interpreti del mondo circostante, dobbiamo appunto interpretarlo, senza rischiare di far morire quell’ermeneutica che ci caratterizza. La metodologia dell’interpretazione muore laddove si rinuncia al mettere in discussione, prima di tutto secondo la propria possibilità di farlo. In una realtà dove anche quella misteriosa e dannata isola chiamata metafisica viene provata a rinchiudere in rigide sovrastrutture, l’unica speranza è lasciare aperte le porte della Soggettività.

-Simone

Smarrimento della Soggettività – Introduzione

Partiamo subito con questa prima introduzione, volta a dare una chiave di lettura generale delle successive parti che si susseguiranno, facendo chiarezza su cosa realmente voglia intendere con “Smarrimento della Soggettività”.

Il filtro interpretativo della realtà circostante è sempre e comunque il Soggetto. Il Soggetto può arrivare ad essere più o meno consapevole di sè stesso, ponendosi ad esempio come produttore del mondo nel primo caso, si pensi alla filosofia di Fichte, o dandosi un reale indipendente ed esterno a sè stesso nel secondo caso.

Il problema subentra quando la Soggettività inizia a smarrirsi tra le nebbie di concetti che hanno come unico effetto quello di categorizzare e uniformare le sfumature di pensiero che ogni Singolo sviluppa autonomamente e differenziatamente. Va a perdersi l’Uomo, come figura in cerca di sè, va a sostituirvisi un fantoccio preconfezionato, con un forte senso di appartenenza verso catene concettuali che lo rendono prigioniero di forme predeterminate. Nell’atto del descriversi si sublimerà questa atrocità: anzichè dichiararsi un’Essenza libera e indipendente, il Soggetto userà espressioni e termini determinati da qualcun’altro.

In quali casi tutto questo avviene?

Cercherò di soffermarmi su tre passaggi causanti questo genere di perdita, per ognuno di essi vi sarà un singolo articolo. Le tre parti usciranno in questo ordine e avranno come temi:

1) La Religione: i grandi culti organizzati visti come deleggittimazione della ricerca spirituale individuale.

2) Il Nazionalismo: i concetti di Nazione e Patria come nascita dell’abitante e declino dell’Uomo.

3) La Xenofobia: l’invisibilità delle altre Soggettività e la categorizzazione degli individui.

Sperando nel vostro interesse vi invito a tenervi aggiornati sui futuri sviluppi di queste tematiche.

-Simone

Apologia della Solitudine.

Tra le tante cose che si incontrano durante le nostre esistenze, una ha un qualcosa di assolutamente peculiare e interessante nelle sue molte sfaccettature: il contatto umano. Sociologia, politica e, seppur in modo diverso, psicologia sono in un certo qual modo le tre grandi macro-aree nelle quali possiamo sommariamente collocare lo studio, l’indagine e l’analisi di questo fattore così complesso. Il relazionarsi con altri individui, in misura maggiore o minore, è ciò che contribuisce in maniera determinante a definire e plasmare come ci si configurerà nei confronti dell’Altro, il modo in cui questi equilibri andranno poi ad instaurarsi contribuirà in modo più o meno evidente ad un qualche tipo di cambiamento sociale.

La schizofrenia esasperata con la quale questi rapporti esistono attualmente è la rappresentazione emblematica dell’assoggettamento del Singolo al non-pensiero di massa. Ed è così che la volontà di confronto con altri individui si fa dogma, si fa obbligo, si fa carattere fondamentale del Dover-Essere di ognuno. La solitudine viene scacciata, allontanata, distrutta e stigmatizzata come il peggiore dei mali, un orrore dal quale fuggire disperatamente. Il Solo è allora reietto, è colui che non riesce a salire sulla giostra della “modernità”, destinato all’oblio.

Questo dogmatismo aggregativo nasconde in realtà la volontà ben precisa di limitare ed eliminare qualsiasi forma di pensiero autonomo. L’introspezione generata da ore di profonde riflessioni con sé stessi fa mutare radicalmente la percezione che si ha del mondo, di noi stessi e degli altri. La solitudine è un momento che andrebbe vissuto con modalità quasi spirituali, con la capacità di pensare alle esperienze vissute per trarne una conclusione che scaturisce solo ed esclusivamente dal pensiero indipendente e libero dallo schematismo dell’ideologia dominante.

Lo strumento privilegiato per questo cambiamento radicale è, a mio avviso, proprio la Filosofia, ovvero quella disciplina che va ad indagare il rapporto Soggetto-Mondo, in qualsiasi forma quest’ultimo termine possa essere interpretato. La speculazione filosofica deve diventare eterna catarsi, un viaggio che avvicini sempre di più all’Assoluto, all’Io, all’Essere o a qualsiasi altra forma del pensiero si voglia pervenire.

Cominciamo fin da subito a ritagliarci degli spazi di vitale solitudine, dando un valore fondamentale allo sviluppo del libero pensiero e all’espressione completa di ciò che siamo.

-Simone

Angoscia, Autenticità e Unicità.

<<La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta. […] Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. Come tale è un’imminenza sovrastante specifica. […] Questa possibilità più propria, incondizionata e insuperabile, l’esserci non se la crea accessoriamente e occasionalmente nel corso del suo essere. Se l’esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità.>> 

-Essere e Tempo, Martin Heidegger; 1927.

Sempre più distratti dalle piccole incombenze della vita moderna, dalle esigenze di tenersi aggiornati e all’avanguardia, molti di noi hanno dimenticato, o fanno finta di dimenticare, un aspetto fondamentale e straordinariamente sproporzionato rispetto alla miseria delle nostre Esistenze.

Fin dall’alba dei tempi l’Essere Umano si è posto, tra i tanti, due quesiti fondamentali: “chi sono?” e “cosa succederà quando morirò?”. Ciò che noi siamo, che facciamo e, soprattutto, che scegliamo, è indissolubilmente legato alla prospettiva della Morte, solo grazie ad essa le nostre scelte acquistano un senso reale ed autentico.

Secondo Kierkegaard, la condizione naturale dell’uomo è direttamente connaturata al concetto di Angoscia: la libertà assoluta acquisisce una valenza negativa poichè, all’interno del ventaglio delle nostre possibilità, siamo costretti a tenere sempre presente il Nulla, il fallimento, appunto la Morte. Il rapporto Singolo/Mondo diventa quindi un processo tormentato e travagliato, con il Nulla sempre pronto a ripresentarsi. Tuttavia questo tormento esistenziale, se preso da un altro punto di vista, si rivela un carattere fondamentale nelle nostre vite: l’incombenza continua conferisce autenticità alle nostre scelte.

E’ questa la concezione di Heidegger quando ci parla di Essere-per-la-Morte, è l’orizzonte limitato dell’esistenza a dare un vero senso alla vita. Ponendosi nell’ottica di un’ipotetica vita eterna ci renderemmo subito conto di quanto le nostre decisioni perderebbero del tutto di importanza, dal momento che sarebbero tutte quante reversibili, cosa che invece non accade nella finitezza. Riassumendo e semplificando al massimo, possiamo dire che, essendoci una scadenza definitiva, entro questa dobbiamo dare un valore autentico a tutto ciò che scegliamo.

Guardandosi intorno si può tuttavia notare come, quotidianamente, questo valore fondamentale non sia stato recepito dai più. Nella società di massa “Si muore”, l’evento non appartiene più al Singolo, ma diventa un sfortunata eventualità, dovuta alle circostanze. “Si muore” perché fa paura dire “Io muoio”, perché anche solo parlarne è considerato un tabù, si cerca di esorcizzare ad ogni costo questo inevitabile appuntamento. Dobbiamo sempre tenere presente che nella massificazione generale tutto ciò che genera autenticità diventa un elemento da allontanare, da nascondere, da evitare. Il rischio che le persone inizino a rivalutare le proprie scelte e a porre un limite alla futilità della propria quotidianità, va arginato e contenuto. Il risultato è che le vite non valgono più nulla, vengono poste come un continuo di eterni-presenti, eliminando l’unicità e spersonificando gli individui.

E alla spersonificazione dei Soggetti andiamo a riallacciarci nel secondo ed ultimo tema di questo articolo. Finora abbiamo tenuto presente solo la scadenza che la Morte ci pone, senza ancora andarci a focalizzare su quest’ultima in quanto Evento. La Morte In Sè è l’unica chiave per raggiungere l’Unicità: ragionandoci appare piuttosto evidente come, lungo tutta la vita, anche cercando di distinguerci il più possibile, non riusciremo mai ad essere totalmente Noi stessi, o meglio, a vivere eventi di una totale unicità, ci potrebbe essere sempre un elemento a renderli simili a quelli vissuti da un altro Soggetto, percezioni comuni, affinità particolari. L’unico momento in cui avremo la certezza di essere davvero Unici sarà il momento della nostra Morte, quello che nessuno potrà mai vivere al posto nostro. Per preservare il valore inalienabile della nostra soggettività dobbiamo, nuovamente, tenere sempre presente il momento della Fine, senza cadere vittime dell’impersonale e spersonificante “Si muore”.

Ego morior, ergo sum.

-Simone

Stirner, Marx e Nietzsche: il superamento dell’Uomo.

L’egoismo etico dell’Unico, la Rivoluzione e l’affermazione dell’Oltreuomo: cosa hanno in comune questi tre processi?

Per Max Stirner, al fine del raggiungimento dell’Io, diventa necessario il superamento dell’uomo, essendo quest’ultimo un Unico sottomesso, privato della libertà e limitato dalla morale. Da L’Unico e la sua Proprietà: <<Osservando gli uomini noi vediamo, che tutti agiscono tenendo d’occhio una loro speciale finalità, che è quasi sempre qualche cosa di estraneo al loro tornaconto materiale o spirituale.>> Proprio questo è il principale limite che l’Uomo si pone, il non perseguire totalmente ed a qualsiasi costo il proprio tornaconto personale, di non tener conto di ciò che meglio può portare vantaggio e di ciò che può evitare svantaggio all’individuo. Il concetto denominato egoismo etico non coincide quindi con alcun ideale di libertà assoluta, ma si configura bensì come la capacità dell’Unico di cedere coscientemente anche parte della propria libertà, purchè questo arrechi il maggiore privilegio possibile. Il processo caratterizzante dell’Unico stirneriano è quindi una rinuncia e una liberazione da ogni vincolo morale, religioso, sociale, politico e ideologico, in nome dell’affermazione di un amore spregiudicato nei confronti del proprio Io. Alla luce della riflessione sopra riassunta, il modello sociale che più si avvicina alla concezione del filosofo tedesco è una sorta di libera associazione tra egoisti, che rinunciano a parte della propria indipendenza o per una convergenza di egoismi, o per il maggiore tornaconto personale di ogni singolo. Quello che ne risulta è una società liberata da ogni vincolo che non sia di tipo egoistico.

Ed è inevitabile a questo punto non pensare all’altro tipo di società libera da vincoli, quelli borghesi, in cui è però la collettività a liberarsi dall’egemonia della classe dominante. Si parla ovviamente della società comunista teorizzata da Marx, il quale fornisce tutte le indicazioni necessarie al processo rivoluzionario che porterà, tra le tante cose, anche alla liberazione dell’uomo dalla sovrastruttura imposta dalla borghesia in quanto classe dominante. Nel marxismo abbiamo il concetto per il quale la realtà materiale influenza completamente la realtà ideale, è la coscienza ad essere influenzata dalla condizione reale e non viceversa. Nel pensiero marxiano i rapporti di produzione, la condizione sociale, l’organizzazione economica, vanno ad influenzare necessariamente quella che è chiamata sovrastruttura, ovvero tutto quell’insieme comprendente religione, filosofia, diritto, politica e, più generalmente, cultura. Risulta quindi ovvio, per il filosofo, che all’interno della dialettica dominanti-dominati la sovrastruttura raccolga in sè tutte quelle idee prodotte da coloro i quali detengono il potere, gli sfruttatori. Anche qui si trova quindi un rifiuto della morale, della religione e genericamente delle imposizioni sociali, rifiuto che, nonostante le polemiche con Marx, caratterizzava il pensiero di Stirner. L’accezione di questa liberazione acquisisce qui un carattere tuttavia più realistico e pragmatico, finalizzato ad un ribaltamento delle condizioni storiche materiali e non al semplice compimento di un Io estraneo alle dinamiche della storia, della società e della politica. Da una parte vi è il superamento dell’Uomo che diventa Unico, dall’altra il superamento dell’Uomo sottomesso che diventa Uomo Nuovo.

E sempre di una concezione di Uomo ci parla anche Nietzsche, in questo caso di Übermensch, un altro esempio di Io che supera il moralismo in nome dell’affermazione di se stesso: per Nietzsche la morale è un qualcosa di opprimente, è la rivincita dei miserabili, la vendetta dei deboli e dei malriusciti. L’Oltreuomo è colui che cede alle passioni, lascia libere le pulsioni approdando così al dionisiaco. Fondamentale diventa la volontà di potenza, quella volontà che, desiderando costantemente se stessa, spinge ad evolvere e mutare costantemente il proprio punto di vista. Il mutamento, oltre che per assecondare la pulsione vitale del cambiamento, risulta anche la chiave per abbandonare qualsiasi presunta verità, morale in primis (ma anche pensiero comune), rimuovendo il rischio di fossilizarsi su una determinata posizione, per esempio quel cristianesimo onnipresente nella riflessione nietzschiana. Ed ecco che il binomio Oltreuomo e volontà di potenza si pone come il terzo ed ultimo processo di superamento dell’Uomo oppresso.

Nell’opera dei tre Filosofi presi in considerazione l’elemento costante è il superamento delle convenzioni sociali, delle opinioni di massa, prima per affermare l’egoismo dell’Unico, poi per approdare al comunismo, ed infine per cedere alle passioni ed al vitalismo del dionisiaco. In ogni caso abbiamo un Uomo che, per superare se stesso, necessita di sradicare ogni credenza comune per affermare solo ed esclusivamente la sua natura di Uomo rinnovato.

Ragionare sull’eredità di questi tre pensatori potrebbe rivelarsi un eccellente strumento per uscire da molti meccanismi forzati che si innescano oggigiorno, si pensi al continuo scontro scienza e fede, ormai privo di qualsiasi alternativa. Scientismo o religiosità? Transvalutazione dei valori!

-Simone

Filosofia Spicciola per Creature Superficiali.

Essendo il primo articoletto che pubblico su questo spazio, un pochino mi dispiace dover iniziare immediatamente con una polemica, ma ho sentito il disperato di bisogno di estendere le mie riflessioni su un fenomeno che si diffonde in modo proporzionale al danno che provoca.

Aggirandomi per le librerie in cui capito saltuariamente, è quantomeno inevitabile che la mia ricerca si vada a focalizzare nella sezione “Filosofia”. Arrivato agli scaffali giusti mi rendo però sempre più conto che c’è qualcosa che non va: eppure le Critiche di Kant ci sono tutte e tre, un pò di Scolastica riveduta e corretta non manca, qualcosa di Kierkegaard ci sta sempre bene e ci buttiamo in mezzo pure gli ultimi “agglomerati” pseudo-marxisti del povero Fusaro. Ma ancora non mi capacito, qualcosa non convince, mi guardo intorno e… sdegno improvviso! Ecco trovato l’intoppo! Uno dopo l’altro in bella mostra abbiamo quella che andrebbe sotto la categoria “Filosofia Spicciola”, l’ultimo fenomeno glamour che ci propina l’industria editoriale, l’agghiacciante FILOSOFIA PER TUTTI! Di scelta ce ne è moltissima, dai simpatici aneddoti sulla vita dei filosofi, quelli veri, alle massime per vivere meglio il quotidiano, passando per i minestroni del tipo Seneca 400 gr, Epicuro 350 gr, due cucchiaini di Locke, qualche goccia di Sartre e una spruzzata di Russell, ricetta che dovrebbe aiutarci al lavoro, a scuola o in famiglia. Tralasciando le copertine glitterate che stonano in modo abnorme rispetto ad un qualsiasi testo serio, il problema di prodotti del genere sta proprio nel fatto di essere tali: merce, marketing, profitto. Il messaggio che vorrei che passasse non ha nulla di ascetico o mistico: non esiste il filosofo che campa d’aria, lo scrittore che vive di arte, il poeta che si nutre dei suoi versi (presupponendo che sarebbe splendido fosse così). Da qui alla speculazione più bieca e insulsa su una disciplina nobile e profonda come la filosofia troppo lungo è però il passo!

Nella società  dei consumi è necessaria la capacità di vendere, vendere tutto, vendere ad ogni costo, senza preoccuparsi di veicolare un eventuale messaggio, un qualsiasi contenuto. La vendibilità aumenta se aumenta di pari passo la fruibilità del prodotto, evitare di snaturare completamente il senso originale della Filosofia in quanto tale passa in secondo piano, l’importante è solo immettere sul mercato un oggetto idiota, facendo in modo che gli idioti lo possano capire, quindi acquistare e di conseguenza evitare del tutto di provare a formarsi una coscienza critica, un pensiero alternativo, un qualsiasi tipo di aspirazione in ambito culturale. E’ in questo modo che si innesta un circolo vizioso molto complesso da scardinare: la creatura superficiale va alla ricerca dell’oggetto superficiale, quest’ultimo diventa un’ottima fonte di guadagno e viene aumentata la sua produzione modellando ulteriormente un appiattimento generale, sancendo definitivamente la rinuncia all’approfondimento e generando altre creature superficiali. Ed eccoci tornati all’inizio della catena che continua inesorabile.

Un aspetto che ritengo necessario chiarire prima di concludere riguarda tuttavia la confusione che non va fatta tra divulgazione filosofica e filosofia spicciola: se fatta in un certo modo, con cura, offrendo spunti di approfondimento, riflessioni, stimolando l’interesse per uno studio futuro, la divulgazione può rivelarsi un eccellente approccio per coloro i quali si avvicinano per la prima volta a questo splendido universo. La differenziazione tra le due modalità avviene proprio qui, da una parte si porta il  lettore ad una maturazione, dall’altra si cita fuori contesto, si riduce, si banalizza. La superficialità genera profitto per chi la vende ed ulteriore superficialità nel tessuto socio-culturale, l’approfondimento genera introspezione e capacità critica. Meglio un primo approccio che genera consapevolezza, che una vita di quarta mano.

-Simone